giovedì 5 gennaio 2017

Perchè scegliamo di non colpire?

C'era una volta un'occasione, non nel senso di un saldo ma nel senso di una possibilità.
Una possibilità ghiotta, se vogliamo: la possibilità di rimbeccare una persona che negli ultimi tempi non ce ne faceva passare una.

Pochi minuti fa ho avuto quest'occasione, e l'ho lasciata passare.

Da quel momento sono qui che mi chiedo: perché? Le parole erano lì, belle pronte nella mia testa: sarebbe bastato usare l'intonazione giusta, e avrei vinto.
Invece sono stata in silenzio. Potevo colpire e ho scelto di non farlo.

Credo di sapere il perché: perché, tono giusto o sbagliato, dall'altra parte avrebbero iniziato a darmi dell'isterica, dell'esagerata, della femmina in calore.

Dall'altra parte c'era, ovviamente un uomo.

Sono anche portata a pensare che se fossimo state due donne forse tutto questo non sarebbe successo. Avremmo discusso? Forse, anzi, probabilmente sì. Ma l'altra non si sarebbe mai degnata di darmi dell'isterica. Della stronza, forse, ma non dell'isterica.

Più passa il tempo più mi convinco che davvero questo mondo è modellato a immagine e somiglianza degli uomini. Due uomini possono fare i galli nel pollaio, fare la ruota, discutere di santa ragione, magari mettersi anche le mani addosso: alla fine si guarderanno sempre con un fondo di rispetto.
Tra un uomo e una donna difficilmente questa cosa può succedere. La donne verrà sempre tacciata di essere emotiva, ingiusta, esagerata. Anche se si comporta come un uomo, anzi, forse soprattutto per quello.

Penso alla campagna Ban Bossy di qualche anno fa, al discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite che tanto avevo apprezzato e mi viene da pensare che non sono poi così tanto sola.

Poi però mi rendo anche conto di guardare solo una parte delle questione: penso a mio padre e a quello che, una volta mi aveva detto. Lui per me è stato sempre un padre: deciso, granitico. E' stato estremamente severo quando era necessario esserlo e mi ha dato tutta la libertà che volevo quando ho dimostrato di meritarmela. Ha fatto un grandissimo lavoro su di me, e tutto ciò che ho di buono in potenza credo di doverlo a lui.
Eppure qualche tempo fa mi aveva raccontato che sul lavoro lui non era assolutamente così come io lo vedevo. Era uno che parlava poco, che alle riunioni faceva solo presenza e che quando era costretto a parlare diventava rosso, "ma molto di più di come capita a te".
Quando le mie quattro preferenze in croce mi hanno fatto entrare in consiglio comunale lui è stato contento per questo motivo, perché sarebbe stata un'occasione per far sentire la mia voce, per non aver paura di tacere, per mettermi in gioco, per confrontarmi con gli altri.

So che c'è anche questa parte del quadro: so che ci sono uomini che non pensano che le donne siano una matass inestricabile di emozioni. So che ci sono uomini che ci valutano per quello che siamo e non per quello che pensano di vedere. Ho la prova davanti ai miei occhi (ancora per un po', grazie alla cardiochirurgia).

Eppure oggi non riesco a vedere questa sezione del quadro. Oggi ci sono solo io che non ho fatto valere le mie giuste ragioni per non essere tacciata di essere una femmina e questa cosa mi da' tanto, tanto fastidio.

lunedì 2 gennaio 2017

Piccoli imprevisti del 2016

Orbene, pensavo che avrei finito la quadrilogia della Ferrante (ho compostametne stalkerato la mamma affinché mi regalasse per il compleanno i volumi tre e quattro. Lei ha cercato di farmi notare che vesto con la grazia e l'attenzione di una stracciona e che magari qualche vestito sarebbe stato un regalo più consono. Io me ne sono sbattuta e le ho richiesto i volumi tre e quattro della Ferrante) e che avrei cominciato a postare compulsivamente citazioni e riflessioni e considerazioni. Avevo anche pensato di aprirmi un'instagram dove postare tutti quei passi che mi colpivano.

Poi papàLibraio è andato a fare il cardiogramma.
Tutto bene, ma... faccia anche l'ecodoppler, che è un po' che non controlliamo le dimensioni dell'aorta (abbiamo familiarità con gli aneurismi, ahimé).

Quindi: dopo il cardiogramma, l'ecodoppler. Dopo l'ecodoppler, il cardiogramma sotto sforzo. Dopo il cardiogramma sotto sforzo, una combo dei tre: un eco-cardiogramma sotto sforzo. Dopo l'eco-cardio-sotto-sforzo una coronarografia.

Dopo la coronarografia, un bel ricovero immediato all'inizio di novembre, dove papàLibraio ha noiosamente villeggiato fino a mercoledì 23, quando è entrato in sala operatoria per due by-pass e la sostituzione di un tratto di aorta dispettosa che tendeva a gonfiarsi.

Mercoledì 23 novembre quindi l'ho passato nella claustrofobica sala di attesa TICC (Terapia Intensiva CardioChirurgica): una saletta di due metri per due corredata di cinque sedie da sala d'aspetto, un appendiabiti e un tavolino con sopra il cosidetto "diario dei parenti" (un quaderno su cui i parenti sono invitati a scrivere le loro impressioni a proposito dell'esperienza: insomma, tu te ne stai lì con il cuore in gola per un tempo indefinito e l'unica cosa a portata di lettura è un quadernetto pieno di testimonianze di gente che dice "caro nonno, purtroppo ora non ci sei più" "papà adorato, sono ormai centordici ore che sei sotto i ferri e noi siamo tanto tristi e spaventati e paurosi" "grazie a tutti i medici per aver fatto uscire lo zietto caro con il cuore nuovo ma il cervello inutilizzabile: vi saremo grati per sempre di averci donato un vegetale da curare per i prossimi tre secoli": l'ideale per uno che aspetta l'esito di un intervento).
Il chirurgo doveva uscire tra le due e trenta e le tre e trenta del pomeriggio. Quindi prima delle due e trenta sbirciavamo fuori impaurite perché il sottotesto era che "se il chirurgo arriva adesso vuol dire che dobbiamo chiamare le pompe funebri", tra le due e trenta e le tre e trenta sbirciavamo fuori pensando "dai che adesso arriva", dopo le tre e trenta, senza che nessun chirurgo si fosse fatto vedere, ci sbirciavamo a vicenda e a turno ci chiedevamo "sei preoccupata?" e l'altra invariabilmente rispondeva "Io? Certo che no!!!!". Inoltre, abbiamo scoperto che i blocchi operatori sono un viavai spaventoso la mattina, mentre dalle due e mezza del pomeriggio in avanti diventano uno scenario post-atomico: luce livida, freddo spaventoso, silenzio assoluto.

Alle cinque del pomeriggio il chirurgo si è palesato: questa meravigliosa visione ci ha comunicato che
no, i by-pass non erano due ma tre 
e che no, l'aorta cambiata non era di tre centimetri di di cinque 
e che oltre all'arteria avevano dovuto cambiare anche la radice cardiaca; 
che, come c'era da aspettarsi (ah sì?), la valvola aortica era una schifezza e avevano dovuto cambiarla. 
Infine, ciliegina sulla torta pure la valvola mitralica faceva schifo, quindi già che c'erano avevano cambiato pure quella.
Insomma, ecco perché ci è voluto un tantinello più del previsto.

A metà di questo bel discorso, il mio cervello ha iniziato a dirmi "ferma, no aspetta, cos'ha detto? Aorta, mitralica, by-pass, innesto dalla gamba...


e mi sono fatta riconoscere subito, perché quando mi pareva che il discorso fosse giunto a conclusione ho guardato il chirurgo e gli ho detto: "ok, dotto', facciamo come a scuola: io adesso le ripeto cosa ho capito e lei mi dice se è giusto oppure no" al che lui, un po' con comprensione un po' con compassione un po' con partecipe ironia ha replicato "vedrà che dopo un caffè tutto quello che le ho detto le sarà chiaro", ci ha stretto la mano ed è tornato in sala a vedere se papàLibraio era stato ricucito a dovere. Dopo un pianterello liberatorio, un caffè e una rispettosa orgia di carboidrati e grassi (due muffin cadauna: enormi e al cioccolato) abbiamo iniziato a inquadrare la situazione e a tirare un metaforico sospiro di sollievo.

Le settimane successive sono trascorse tra i reparti, la riabilitazione e qualche intoppo non previsto (delle fibrillazioni poco simpatiche e una bella influenza che hanno spostato le dimissioni alla fine dell'anno), ma finalmente il 28 papàLibraio è tornato a dormire nel suo letto.

Io in questo momento non so bene che dire, solo che penso di essere tendenzialmente contenta e grata e sollevata e che mi serviva davvero mettere tutto in forma scritta: messa nero su bianco, quest'avventura a lieto fine ha preso definitivamente i contorni della realtà.


Concludo con un augurio per il 2017 e oltre, rispolverando le mie radici pie: a tutti voi che passate di qui, e anche un po' a me e soprattutto a papàLibraio: ad multos annos!

giovedì 8 settembre 2016

Schadenfreude come se piovesse

Questa mattina ilPiccoloG ha ripreso la scuola.

Lo porto, scarico il fratello dai nonni, bevo il caffè, entro al lavoro.

Trilli whatsappiani, è il gruppo delle mamme.



"Scusate, ma davvero la scuola iniziava oggi?"


"Sì, fanno orario normale."


"Ah. Ma io mica lo sapevo. 
Allora siamo andati in vacanza."



Non lo credevo possibile, ma ho trovato una mamma ancora più fuori di me.

Gongolante?
Chi?
Io?!?!?!?

venerdì 26 agosto 2016

Terremoti ed elefanti nella stanza

Questo blog parla di libri, dell'amore per la lettura e, incidentalmente, di qualche episodio della mia vita; cerco, per quanto possibile, di non scrivere post personali troppo precisi o individuabili.
Con il post di oggi vorrei fare un'eccezione perché ritengo che sia il caso di parlare di una questione che riguarda noi tutti.
A due giorni dal tremendo terremoto che ha distrutto interi comuni nel Centro Italia, siamo di nuovo punto a capo: come già a L'Aquila nel 2009, sono ripartite le inchieste per disastro colposo. Obiettivo: capire come mai parecchi edifici, teoricamente costruiti come antisismici e altrettanto teoricamente collaudati di conseguenza, siano completamente crollati. Inoltre, l'articolo che ho riportato sopra sottolinea come i fondi per la riqualificazione antisismica degli edifici siano stati stanziati dal 2009 ma siano stati distribuiti e usati solo in minima parte.

Qui allora entra in gioco la mia piccolissima esperienza personale. A metà giugno del 2014, al quarto mese della seconda gravidanza, messa a riposo per un distacco di placenta, ho dato la disponibilità ad essere inserita nella lista che sosteneva l'elezione dell'attuale sindaco della mia città. Ci avevo provato già cinque anni prima, con risultato disastrosi; nel 2014 ho dato la disponibilità solo perché la legge sulle quote rosa impediva di presentare una lista senza un numero minimo di candidate e la lista, in quel momento, ne era parecchio sprovvista.
Non avendo praticamente fatto campagna per i motivi di cui sopra, consideravo un buon risultato arrivare a ricevere una decina di preferenze. Ne ho inaspettatamente ricevute venticinque che, per chi si presenta con una lista di centrosinistra in un comune come il mio, sono l'anticamera del Consiglio Comunale. Sono risultata la prima dei non eletti e quando uno dei consigliei ha accettato la nomina ad assessore sono subentrata al suo posto.

Ora, che cosa ho imparato in questi due anni?

La prima è che ogni manifestazione della vita pubblica (la convocazione di una seduta di consiglio, la pubblicazione di una delibera, la convocazione di un riunione pubblica, di una commissione consultiva, l'andamento di una conferenza capigruppo e via così) è sottoposta non alla Costituzione, al Codice Civile e a quello Penale, ma alla Legge di Murphy. Sappiate che, se doveste diventare amministratori pubblici, la prima regola che dovrete tatuarvi in fronte sarà proprio il sempiterno

Se qualcosa può andar male, lo farà.

Numeri legali che mancano all'improvviso, pandemie influenzali al momento meno opportuno, pubblicazioni non fatte, errate interpretazioni di norme, decreti attuativi che arrivano all'improvviso e cambiano le carte in tavola quando tutto era pronto per essere votato: saranno il vostro pane quotidiano.
La seconda cosa -e qui divento seria - è che sappiamo tutti benissimo che la burocrazia italiana è un'enorme tartaruga, una complessa macchina cerimoniosa e farraginosa che ti fa girare in tondo tre anni perché hai fatto stampare una marca da bollo da 5,10 euro anziché 5,20; quello che la maggior parte di noi non sa, invece, è che questo serpente dalle mille spire diventa un mostro a venticinque teste che può intrappolarti in modi sconosciuti quando si tratta di Pubblica Amministrazione. Uno dei miei assessori ci ricorda sempre che l'Italia è il Paese in cui un ricorso non si nega a nessuno, e dice un santa verità. Qualunque decisione deve sottostare a una trafila di controlli e di presentazioni che un privato cittadino neppure immagina. Chiedi un parere alla Sovrintendenza delle Belle Arti, parere che per legge dovrebbe arrivare dopo 60 giorni e dopo un anno sei ancora lì ad aspettare; chiedi di attivare il varco per una ZTL e ti senti rispondere che "dunque, per avere una risposta ci vogliono tre mesi, generalmente se nel giro di tre mesi non c'è stata risposta vige il silenzio assenso; però meglio assicurarsi che sia davvero così contattando il funzionario incaricato perché in alcuni casi la risposta è arrivata anche dopo, ed era contraria all'attivazione." Non è una boutade che ho inventato sul momento: è una cosa che mi sono sentita dire nella vita reale. 
Quindi, quando sentiamo al telegiornale che "sono stati stanziati centordicimila miliardi per questa o quell'altra emergenza", la domanda che ci dobbiamo fare immediatamente è: che cosa bisogna fare per smobilitare questi fondi? Quanto tempo ci vuole? Perché spesso i fondi ci sono ma vengono erogati solo all'ente che presenta domanda il terzo venerdì del mese alle 10:17 e solo se l'incaricato entra nella stanza con il piede sinistro e successivamente saltella sul destro fino allo sportello apposito, firmando il protocollo con la mano sinistra che sventola. Sempre nell'articolo che ho indicato sopra, il meccanismo di distribuzione dei fondi per la messa a norma antisismica viene spiegato bene: è un meccanismo complesso e laborioso.

Qual è, quindi, il senso di questo lunghissimo post? Il senso è che -ovviamente a mio modesto e inutile parere- la missione che deve darsi oggi la politica in Italia è quella di una revisione delle regole e dei controlli che sia improntata al buonsenso. 
Non voglio che si aboliscano i ricorsi, chiedo solo che le possibilità di ricorso non siano moltiplicate all'infinito (ricorso al TAR, al Consiglio di Stato, alla Corte dei Conti, al Presidente della Repubblica e sicuramente me ne sono dimenticato qualcun altro); se esiste già l'Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), perché la Regione Lombardia deve creare la sua Autorità Anticorruzione Regionale? In questo modo se uno vuole mettere i bastoni tra le ruote a un progetto ha non uno ma due modi per farlo.
Se qualcuno propone un ricorso inutile a tutti questi enti, di fatto bloccando un progetto per anni se non decenni, perché non viene in qualche modo sanzionato?

Solo risolvendo questi nodi gordiani sarà possibile vedere a luce, a mio parere. 
Intanto però in Centro Italia si continua a morire.