lunedì 2 gennaio 2017

Piccoli imprevisti del 2016

Orbene, pensavo che avrei finito la quadrilogia della Ferrante (ho compostametne stalkerato la mamma affinché mi regalasse per il compleanno i volumi tre e quattro. Lei ha cercato di farmi notare che vesto con la grazia e l'attenzione di una stracciona e che magari qualche vestito sarebbe stato un regalo più consono. Io me ne sono sbattuta e le ho richiesto i volumi tre e quattro della Ferrante) e che avrei cominciato a postare compulsivamente citazioni e riflessioni e considerazioni. Avevo anche pensato di aprirmi un'instagram dove postare tutti quei passi che mi colpivano.

Poi papàLibraio è andato a fare il cardiogramma.
Tutto bene, ma... faccia anche l'ecodoppler, che è un po' che non controlliamo le dimensioni dell'aorta (abbiamo familiarità con gli aneurismi, ahimé).

Quindi: dopo il cardiogramma, l'ecodoppler. Dopo l'ecodoppler, il cardiogramma sotto sforzo. Dopo il cardiogramma sotto sforzo, una combo dei tre: un eco-cardiogramma sotto sforzo. Dopo l'eco-cardio-sotto-sforzo una coronarografia.

Dopo la coronarografia, un bel ricovero immediato all'inizio di novembre, dove papàLibraio ha noiosamente villeggiato fino a mercoledì 23, quando è entrato in sala operatoria per due by-pass e la sostituzione di un tratto di aorta dispettosa che tendeva a gonfiarsi.

Mercoledì 23 novembre quindi l'ho passato nella claustrofobica sala di attesa TICC (Terapia Intensiva CardioChirurgica): una saletta di due metri per due corredata di cinque sedie da sala d'aspetto, un appendiabiti e un tavolino con sopra il cosidetto "diario dei parenti" (un quaderno su cui i parenti sono invitati a scrivere le loro impressioni a proposito dell'esperienza: insomma, tu te ne stai lì con il cuore in gola per un tempo indefinito e l'unica cosa a portata di lettura è un quadernetto pieno di testimonianze di gente che dice "caro nonno, purtroppo ora non ci sei più" "papà adorato, sono ormai centordici ore che sei sotto i ferri e noi siamo tanto tristi e spaventati e paurosi" "grazie a tutti i medici per aver fatto uscire lo zietto caro con il cuore nuovo ma il cervello inutilizzabile: vi saremo grati per sempre di averci donato un vegetale da curare per i prossimi tre secoli": l'ideale per uno che aspetta l'esito di un intervento).
Il chirurgo doveva uscire tra le due e trenta e le tre e trenta del pomeriggio. Quindi prima delle due e trenta sbirciavamo fuori impaurite perché il sottotesto era che "se il chirurgo arriva adesso vuol dire che dobbiamo chiamare le pompe funebri", tra le due e trenta e le tre e trenta sbirciavamo fuori pensando "dai che adesso arriva", dopo le tre e trenta, senza che nessun chirurgo si fosse fatto vedere, ci sbirciavamo a vicenda e a turno ci chiedevamo "sei preoccupata?" e l'altra invariabilmente rispondeva "Io? Certo che no!!!!". Inoltre, abbiamo scoperto che i blocchi operatori sono un viavai spaventoso la mattina, mentre dalle due e mezza del pomeriggio in avanti diventano uno scenario post-atomico: luce livida, freddo spaventoso, silenzio assoluto.

Alle cinque del pomeriggio il chirurgo si è palesato: questa meravigliosa visione ci ha comunicato che
no, i by-pass non erano due ma tre 
e che no, l'aorta cambiata non era di tre centimetri di di cinque 
e che oltre all'arteria avevano dovuto cambiare anche la radice cardiaca; 
che, come c'era da aspettarsi (ah sì?), la valvola aortica era una schifezza e avevano dovuto cambiarla. 
Infine, ciliegina sulla torta pure la valvola mitralica faceva schifo, quindi già che c'erano avevano cambiato pure quella.
Insomma, ecco perché ci è voluto un tantinello più del previsto.

A metà di questo bel discorso, il mio cervello ha iniziato a dirmi "ferma, no aspetta, cos'ha detto? Aorta, mitralica, by-pass, innesto dalla gamba...


e mi sono fatta riconoscere subito, perché quando mi pareva che il discorso fosse giunto a conclusione ho guardato il chirurgo e gli ho detto: "ok, dotto', facciamo come a scuola: io adesso le ripeto cosa ho capito e lei mi dice se è giusto oppure no" al che lui, un po' con comprensione un po' con compassione un po' con partecipe ironia ha replicato "vedrà che dopo un caffè tutto quello che le ho detto le sarà chiaro", ci ha stretto la mano ed è tornato in sala a vedere se papàLibraio era stato ricucito a dovere. Dopo un pianterello liberatorio, un caffè e una rispettosa orgia di carboidrati e grassi (due muffin cadauna: enormi e al cioccolato) abbiamo iniziato a inquadrare la situazione e a tirare un metaforico sospiro di sollievo.

Le settimane successive sono trascorse tra i reparti, la riabilitazione e qualche intoppo non previsto (delle fibrillazioni poco simpatiche e una bella influenza che hanno spostato le dimissioni alla fine dell'anno), ma finalmente il 28 papàLibraio è tornato a dormire nel suo letto.

Io in questo momento non so bene che dire, solo che penso di essere tendenzialmente contenta e grata e sollevata e che mi serviva davvero mettere tutto in forma scritta: messa nero su bianco, quest'avventura a lieto fine ha preso definitivamente i contorni della realtà.


Concludo con un augurio per il 2017 e oltre, rispolverando le mie radici pie: a tutti voi che passate di qui, e anche un po' a me e soprattutto a papàLibraio: ad multos annos!

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Perché mica si può sempre andare a Londra a sfogarsi allo Speakers' Corner.